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I CODICI

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Vorrei scrivere dei raccontini mistici ambientati a Soul City riarrangiando alcune piccole storie di spiritualità.

486671_10200747761527802_1742235146_nSeymour Gallagher ebbe un sogno profetico quella notte. La mattina dopo avrebbe incontrato per caso, in uno dei tanti malfamati vicoli dello Sprawl, un monaco dalla pelle color ebano e gli occhi come due smeraldi. Tatuati sul suo bicipite destro vi erano i codici per accedere ai conti correnti digitali della Simbat, colosso tecnologico di Soul City. Quei codici avrebbero di certo reso Gallagher l’uomo più ricco della costa.
Al suo risveglio il traveller non seppe dire se il sogno fosse stato di tipo naturale oppure indotto dalla matrice. La cosa lo turbò, perchè scoprire la fonte di un’esperienza onirica era uno scherzo da netrunner alle prime alle armi, e lui era decisamente esperto nelle arti della console. Era come se in qualche modo quel sogno fosse pervenutogli dall’esterno, e per questo motivo lo prese molto sul serio.
Avvolto nella sua felpa hoody, uscì nella pioggia finissima (probabilmente acida) di Misty Avenue, scansando abilmente con le sue sneaker nuove le pozzanghere formatesi durante la notte. Il vicolo lo aveva riconosciuto al volo e distava non più di dieci minuti dalla suo appartamento. Coprì la distanza in meno della metà del tempo, si appostò in fondo alla strada e attese, perchè non aveva di meglio da fare quel giorno, e forse di lì a poco sarebbe davvero diventato l’uomo più ricco di Soul City.
Il monaco non si fece attendere molto. Apparve in lontananza, un’ombra appena delineata nella pioggerella insistente. Seymour si avvicinò, non ben sapendo cosa dire. Lo colpì lo sguardo di quel gigante nero, vestito con un lungo soprabito marrone che ricordava più una tunica rituale che un impermeabile, e una croce d’oro scintillante sul petto. Aveva occhi verdi e innaturali, ed una pace antica sul volto.
– Tu hai codici, vero? – riuscì a dire balbettando il traveller.
Il gigante non rispose. Forse era muto. Forse non aveva bisogno di parlare. Fece un cenno con la testa, l’espressione del volto sempre uguale, e lentamente si alzò la manica del soprabito, mostrando un muscolo teso e gonfio, su cui spiccavano una serie di numeri e cifre e codici cirillici in sequenza. Seymour mise a fuoco quel braccio con la telecamera innestata nella sua pupilla destra e copiò la password con un semplice battito di ciglia.
– Grazie! – fu tutto ciò che riuscì a dire, prima di scappare da dove era venuto, certo di essere ormai in possesso della chiave per la felicità.
Seymour Gallagher riuscì ad accedere per davvero al conto della Simbat. Quello stesso giorno traseferì quindici trilioni di crediti su un conto criptato di un isoletta dei Caraibi, e a sera aveva già provveduto a farsi rilasciare un pass per accedere all’aereporto di Soul City. Due giorni più tardi si trovava su una delle spiagge più bianche del mondo, a sorseggiare un cockail con ananas e cocco non sintetici in compagnia di due splendide ragazze.
Dopo un anno di quella vita in cui aveva provato di tutto e di più, tornò al suo appartamento nello Sprawl, depresso ed avvilito. Tutti i soldi che aveva rubato non erano riusciti in nessun modo a colmare il vuoto che aveva dentro, anzi quel vuoto adesso era raddoppiato. E quella prima notte nel suo vecchio letto, tra il disordine e la polvere accumulatasi durante il tempo trascorso, ebbe un altro sogno: lo stesso monaco sarebbe passato il giorno dopo, nel medesimo vicolo.
Seymour si alzò all’alba e scese in strada, Quel giorno era una giornata di sole, ma nello Sprawl quasi non si notava, Raggiunse di corsa il luogo dove sapeva sarebbe avvenuto l’incontro, ed aspettò. Anche questa volta il monaco non si fece attendere. Era vestito come l’altra volta, e aveva sempre la stessa beata e pacifica espressione sul volto. Gallagher gli si avvicinò, anche se non sapeva bene cosa dirgli. Attese, un piccolo uomo disperato al cospetto di un gigante buono, che forse era muto.
Invece parlò.
– Posso fare ancora qualcosa per te? – chiese, con una voce da baritono.
– Non saprei… – rispose Seymour. – Mi chiedo quale ricchezza vi renda così sereno, e capace di rinunciare a tutto il denaro di quei codici. Come posso riuscire ad ottenere lo stesso vostro sguardo?
– Non esistono codici per ciò che chiedi, uomo. – E detto ciò, tornò da dove era venuto, un’ombra nel vicolo più buio di Soul City.

LA LISTA DELLA SPESA

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La velocità con cui Sabrina muove le sue dita smaltate sulla tastiera digitale del suo smartphone ha dell’incredibile. Ha polpastrelli leggeri, falangi affusolate, la pelle tesa e rosea da adolescente, e nonostante i quindici millimetri abbondanti di unghie perfette, sfiora con sicurezza le lettere del quadro, mozzando le parole di tanto in tanto, come vuole il costume della new generation. Lei è sdraiata sul divano, la schiena appoggiata su una montagna di cuscini, mentre io sono in cucina che la guardo, mentre sbatto delle uova in una ciotola.
– Ti va la frittata?
– Eh?
Non mi ha sentito. È completamente assorbita dalle sue chat multiple. Sorrido, perché la capisco… e forse un giorno capirà anche lei.
– Dicevo, ti va una frittata?
– Si, okay papà…
Com’è che è cresciuta così in fretta? La domanda me la pongo ormai ogni giorno. È una domanda che mi fa sentire sciocco, ma che non posso fare a meno di chiedermi. Un giorno è in camera sua circondata dalle Wings, e il giorno dopo la vedo mano nella mano con Gabriele, il suo primo ragazzo. Tutto regolare, come da copione.
L’uovo sfrigola nella padella… ci ho aggiunto anche delle strisce di prosciutto, poi spolvero un po’ di parmigiano…
– Dai, vieni che è pronta…
Lei si siede davanti a me e tiene ancora in mano il suo telefonino.
– Che ne dici di concederci dieci minuti senza tecnologia, solo noi due e la frittata? – propongo, guardandola con un sorriso.
– Si, aspetta che saluto Gabri… – E si mette a scegliere l’emoticon più adatta; un orsacchiotto pronto all’abbraccio.
Il pranzo del giovedì lo passiamo sempre insieme. Lei esce prima da scuola, il piccolo Samuele fa il tempo pieno ed io ho il mio giorno libero; così vuole la routine, e a me la cosa piace da matti.
– Ti ricordi vero che devi andare a prendere Samuele nel pomeriggio. Mamma è in palestra fino alle cinque…
– Si, certo… tranquillo…
– Beh, lo sai che sono sempre tranquillo…
– Anche troppo direi…
Sorrido, lei sorride, il sole entra con forza dalla finestra e la primavera è a meno di una settimana da noi. Il quadro è praticamente idilliaco…
– Senti, ma te e mamma… insomma… quando vi siete accorti di essere innamorati?
La domanda è inaspettata, ma da un po’ di tempo non ho più bisogno di pensare alle giuste risposte. Mi vengono alla bocca da sole. Dev’essere per via della quiete…
– Beh, quasi subito… un paio di settimane credo…
– Ah… e quindi sapevate già che eravate fatti l’una per l’altra…
– Oh, certamente… lo credevamo con tutti noi stessi…
– Davvero?
– Certo… ma avevamo torto, ovviamente.
Lei mi guarda arricciando le sopracciglia. Crede che stia scherzando, ma io sorrido sornione… la voglio prendere al l’amo questa volta.
– Che vuoi dire?
– Vedi, bisogna fare una bella distinzione tra l’innamoramento e il vero amore. In realtà si trovano agli opposti…
– Ovvero?
– Di solito è proprio quando ti disinnamori di qualcuno che hai la grande opportunità di sapere che cos’è il vero amore. Il passaggio in realtà è quasi obbligato. Prima ti innamori, poi la passione finisce e finalmente vedi l’altro per quello che è in realtà, non più il mezzo per soddisfare i tuoi desideri, ma la persona che è. E amare significa proprio questo: vedere la realtà.
– Non credo di aver capito…
– Ma certo che no… Vedi, si dice che l’amore sia cieco. In realtà è l’innamoramento che è cieco, mentre l’amore ci vede benissimo…
– Ma quando la passione finisce l’amore finisce… non è così?
– No, subentra semplicemente un nuovo desiderio da colmare, e quando lasci che la tua felicità dipenda dal soddisfacimento dei tuoi desideri, questi diventano la tua droga.
– Scusa, ma che c’è di male ad innamorasi? Ad esempio, Gabriele è davvero fantastico, te lo conosci ormai… è simpatico, tranquillo, non si monta la testa come tanti cretini, e poi è un sognatore… te stravedi per i sognatori…
– Lo sai cosa hai appena fatto? Hai illustrato la tua lista per la spesa…
– Cosa?
– Simpatico, tranquillo, umile, sognatore… questa è la tua lista per la spesa. Esci la mattina, vai a scuola, chiacchieri con gli amici, e se trovi qualcuno che soddisfa la tua lista (e magari è anche carino), allora ecco che te ne innamori. Però il tempo passa, le persone cambiano, ma soprattutto i desideri, ovvero le liste per la spesa, cambiano, e dopo un po’ vedi quella persona che credevi Mister Perfect per quello che è in realtà. E quello è il vero amore.
– Quindi secondo te per amare realmente Gabri dovrei disinnamorarmi?
– Beh, più o meno…
Lei mi guarda con due occhioni carichi di mascara. So esattamente cosa sta pensando: “papà, smettila di dire cavolate!!!” Allora sorrido e le dico: – Finisci la frittata e non ci pensare. Ne avrai di tempo per capire…

IDENTITÀ

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Ho scoperto chi era.
Le mani sul collo per allentare la tensione, coi polpastrelli cerco di praticarmi un massaggio rilassante, mi aiuto chiudendo gli occhi, respirando lentamente. La rivelazione mi ha accelerato il battito, innescando la solita aritmia. Tum, tu-tum, tum, tum…
Il problema è l’identificazione. Non sappiamo chi siamo, cosa siamo, ma proiettiamo un’immagine che ci rappresenta, e poco importa se questa si rivela infelice; ciò che conta è sapere che esistiamo. Muoviamo marionette credendo di essere fatti di legnetti snodabili, stracci e una testa di polistirolo pressato. Non ci chiediamo a chi appartengono le mani che muovono i nostri fili. È lì che si cela l’inganno della falsa identificazione.
Perciò viviamo l’ennesima pantomima chiamata Amore, seguendo gli schemi mentali disegnati da una canzone estiva, e dormiamo in falsa sintonia con l’interpretazione di lei, osservandola senza vederla. Anche lei non riesce a vedere, ovviamente, perché nella relazione di coppia si dorme sempre in due…
È solo grazie al brusco risveglio che le cose acquistano i loro veri contorni. In uno stato di morte apparente, ci è ancora concesso di sollevarci sopra i corpi assopiti, seguendo i fili delle marionette. È così che ho scoperto chi era l’uomo che mi rappresentava, il burattino che saltava e danzava sul palcoscenico di questo bizzarro teatrino che ingenuamente continuiamo a chiamare realtà.
Ancora oggi lo osservo da una postazione privilegiata, lo spettatore attento che assapora le immagini di uno sceneggiato: lo spettatore gode della storia, si lascia cullare da stati emotivi distaccati, cocktail leggeri da sorseggiare piano, e quando le luci si accendono e passano i titoli di coda, ritorna ad essere lui. La recita a cui la sua proiezione mentale ha preso parte non lo ho scalfito minimamente.
E ho finalmente scoperto chi era l’altro Me; l’insoddisfatto, l’insicuro, la vittima, l’annoiato, il sofferente, il depresso… il protagonista dell’ultimo blockbuster nel quale usavo riconoscere la mia vita.

CAPRICCI

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Il bambino lasciò cadere il suo secchiello pieno di sabbia e incominciò a strillare con le lacrime agli occhi. Il padre lo osservò per alcuni secondi prima di andarlo a consolare. Alle bizze non aveva mai dato troppo peso. Nel suo modo di vedere le cose da “grande”, i capricci erano quelle reazioni insensate che gli adulti avevano l’onere di correggere. Invece questa volta vide qualcosa che lo lasciò interdetto; il bambino era totalmente immerso nella vita presente.
Poteva la bizza di Matteo essere più reale dei continui flussi di pensiero che attraversavano anche in quell’istante la mente del padre?

101 Parole

IL SEGRETO È NEL RESPIRO

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Calma… calma…
Il segreto sta nel respiro. Uno alla volta, inspirare profondamente, gli occhi chiusi magari, tenere l’aria nei polmoni, in quello stato di apnea che ricorda un po’ il volare, contare fino a tre e poi lentamente espirare, sollevando leggermente le palpebre, emulando una specie di rinascita. Ecco, adesso le parole che hai appena sentito non ti sembrano più così cattive, anzi. Hai appena scoperto che le parole non sono state la causa del dolore che hai provato, e non puoi neanche incolpare chi te le ha dette. Il solo responsabile della stoccata che ti ha perforato il cuore sei tu, sono le tue convinzioni, il tuo modo di pensare. Perché dovresti soffrire per gli errori di altri? Come puoi lasciare che la tua vita venga condizionata da questa persona che ti sta davanti? Alza gli occhi adesso e guardala… si, hai vissuto sotto lo stesso tetto con lei per molti anni, hai condiviso gioie, dolori, sofferenze e meraviglie, hai intrapreso insieme a lei svariate strade e conquistato moltissimi obiettivi. Con lei hai creato una vita nuova, hai progettato piccoli mondi, pensando ad ogni minimo dettaglio, hai fatto promesse, ti sei fidato, hai avvinghiato la tua vita alla sua come un boa constrictor si attorciglia al ramo di un albero, e ci sei rimasto annodato. Leggi il resto di questa voce

PRIGIONIERO

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di GM Willo

La faccenda incominciò a non quadrare quando mi accorsi dell’interruttore difettoso. Di solito succede che le lampadine si brucino e quando vai premere il pulsante non succede niente, invece con il neon di cucina succedeva esattamente il contrario; per quanto premessi sul bottone, la luce rimaneva accesa. Fu quello l’inizio del risveglio, della presa di coscienza, una breccia di luce nell’oscurità.
Il sole entrava con violenza attraverso le veneziane, nell’aria c’era profumo di caffè e di arance spremute, in lontananza udivo il notiziario del mattino… sapevo che lei era ancora sotto le coperte ad aspettarmi, ma i cornetti in forno non erano ancora pronti. “Una rosa, ecco cosa ci vorrebbe”, mi venne da pensare, e con fare sicuro raggiunsi la terrazza perché qualcosa mi diceva che l’avrei trovata là. “Quando ha comprato questi vasi?” mi chiesi, staccando un bocciolo rosso carminio per deporlo sul vassoio, tra la spremuta d’arancio e la tazzina del caffè. Leggi il resto di questa voce

VILLA CARUSO

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Villa Caruso

In Italia mi sono divertito un sacco a fare foto e nei prossimi giorni ho intenzione di pubblicare tutti gli album fotografici che ho raccolto, passando come sempre da PS per un ritocchino. L’effetto Vintage mi ha preso letteralmente, quindi ecco la mia versione “anni ’70” di Villa Caruso, Lastra a Signa (FI).

Clikka sull’immagine per vedere la gallery.

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UNDICI GRADI

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Undici gradi, pioggia leggera ma insistente, vento dal nord… undici dannatissimi gradi, non uno di più, anche se la primavera è arrivata e le cose, almeno secondo il calendario, dovrebbero essere cambiate… invece è asfalto bagnato, è petali al vento, è gocce di pioggia sulla finestra, è ombrelli e k-way, è una mano di grigio su tutti i colori, come novembre, proprio come novembre, esattamente come quel maledettissimo giorno di novembre. Come fai a non farti corrompere dalla pioggia? Come puoi ascoltare il fischio del vento e non impazzire? Leggi il resto di questa voce

UNA GIORNATA CORAGGIOSA

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Stefano si fa un caffè anche se forse non è una buona idea. Stefano ha bevuto caffè per vent’anni e ha sopportato i crampi allo stomaco e la bocca impastata fino al giorno in cui si accorse di avere un’intolleranza alla sua bevanda preferita, ma non gli fu facile rinunciarvi. Ci si abitua a tutto, anche alle intolleranze, perché siamo animali resistenti noi uomini, ma soprattutto riusciamo ad essere testardi come nessun’altra creatura sulla terra. Stefano si fa un caffè nonostante tutto, ma oggi è una giornata di quelle in cui senza caffè non si va avanti. Leggi il resto di questa voce

FIORITURE

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Come andranno le cose domani? Chi può dirlo, ripetono amici e conoscenti, ma l’interrogativo rimane scolpito indelebilmente negli occhi dei miei figli, che mi guardano da oltre la tazza del caffellatte regalandomi un altro straordinario esempio di purezza, o forse sono io che vi leggo cose che non esistono affatto. D’altronde quand’ero un ragazzo non andavo mai col pensiero più lontano del giorno dopo, o al massimo mi spingevo fino al week-end, ma mai più avanti, perché il tempo ha tutto un altro significato quando si è giovani. Leggi il resto di questa voce

LAPO E LUISA

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di GM Willo

Lapo ha tutto il tempo che vuole, dato che è uscito prima da lavoro ed ha spinto il motorino al massimo lungo i viali, infilando le code che di venerdì si formano puntualmente già alle tre del pomeriggio. A cena stasera viene Luisa, con cui ci è stato ai tempi del liceo ma che poi ha perso di vista, perché prima dei vent’anni la vita segue un suo corso, disseminato di lucciole e stelle filanti, e quello che per un momento pare non aver tempo, l’attimo dopo è già foglie secche nel vento.
Ma Luisa gli era rimasta impressa, forse a causa di quelle sue deliziose fossette, o di quella maniacale fissazione per la musica degli anni settanta, oppure per via di quel folle sabato a Genova durante il G8. Insieme, correndo mano nella mano, avevano evitato per un pelo la carica di una camionetta della polizia, tra il fumo di un auto incendiata e le urla delle sirene. Poi sul treno, mentre tornavano a casa, gli era sfiorato per un momento il pensiero che fosse proprio lei quella giusta, quella per la quale si possono buttare via gli anni del divertimento, delle cazzate con gli amici, per mettersi a fare i ragazzi seri e scoprire una volte per tutte questa strana cosa che la gente chiama amore. Leggi il resto di questa voce

UNA GIORNATA NATA STORTA

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Gli ultimi giorni di febbraio sono i più lunghi. È come se si dilatassero, cercando di compensare con gli altri mesi, e guardi fuori dalla finestra chiedendoti quando finirà questo maledetto inverno, ma ti risponde soltanto una folata di vento che fa piegare senza pietà i rami rinsecchiti degli alberi. Nei sabati mattina lasciati sfilare via tra le lenzuola del letto, con un caffè troppo amaro che ti ricorda di dover cambiare la guarnizione alla caffettiera e le note di un vecchio disco blues in sottofondo, ti vien da pensare che solo un amico possa rivolverti la giornata. Allora accendi il cellulare e scorri la rubrica, lo fai più volte, soffermandoti di tanto in tanto su un nome, come fosse la playlist delle tue relazioni. Un contatto per ogni evenienza, un amica per le serate frivole, un parente per un favore, un amico per le cose importanti, come due chiacchiere e un bicchier di vino. Leggi il resto di questa voce

MOMENTO

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Le cose non vanno così bene…
Sul tavolo del soggiorno un mucchio di lettere ancora chiuse e diligentemente impilate una sull’altra mi ricorda il mio conto in rosso. Sul frigo c’è ancora il post-it di Mirella con sopra una sola, esauriente parola: “Addio!” Il cordless intanto lampeggia rosso, segno che ci sono dei messaggi in segreteria che non mi va di ascoltare.
Rimango in giardino, col sole di marzo che mi accarezza la faccia, e un bicchiere di rosso che richiama dolcemente la mia attenzione. Ci siamo solo noi due in questo istante, il bicchiere ed io. Poi si vedrà…

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IL CASO ARTHUR FINDLAY

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Il direttore dell’Hotel Flora, rinomato albergo del litorale, mi contattò una mattina di luglio. Nel pieno della stagione, solo quattordici delle novantatré camere erano occupate, a causa dei cinque decessi avvenuti in rapida successione negli ultimi mesi. La polizia li aveva archiviati come suicidi, tutti avvenuti nei bagni dell’hotel, ma il direttore non credeva alle coincidenze, così contattò l’ultimo vero investigatore privato della costa; io.
Fu così che conobbi Arthur Findlay, pluriomicida, rilasciato due mesi prima dall’istituto per malattie mentali. Aveva preso alloggio nella camera 406 senza mai lasciarla.
Adesso dimorava negli specchi dell’hotel, e continuava il suo lavoro di morte.

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L’OMBRA DEI GRANDI ANTICHI

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L’Ombra dei Grandi Antichi è una raccolta di 15 racconti a tema che vi accompagnerà nel misterioso e sconcertante universo creato da H.P. Lovecraft. Negli ultimi anni mi sono trovato più volte ad omaggiare lo scrittore americano, padre di uno degli scenari horror più fantasiosi mai stati realizzati. Ma i “Miti di Cthulhu” in questo libro sono raccontati alla mia maniera, spesso estrapolati dal contesto degli anni ’20 e presentati sotto una luce nuova, più moderna, in alcuni casi addirittura cyberpunk.

Molti di questi lavori sono apparsi in precedenti pubblicazioni sotto lo pseudonimo Jonathan Macini. Il Racconto “Virtual Sothoth” invece è stato scritto in collaborazione con Demiurgus mentre alla stesura di “La Storia di un Diario” ha partecipato Fatum Poetum.
Il libro, nella sua veste colorata grazie all’effetto pergamena, vuole essere una dedica ai Miti e a tutti coloro che amano l’universo di Lovercraft. Si avvale della licenza Creative Commons – Non commerciale – Impegno a condividere ed è visualizzabile e scaricabile gratuitamente a questo link.

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Dettagli del prodotto

L’ombra dei Grandi Antichi
di GM Willo (Creative Commons, Attribuzione-Non commerciale-Impegno a condividere 2.0)
Prima edizione
Edizioni Willoworld
Pubblicato febbraio 27, 2012
Lingua Italiano
Pagine 80

Rilegatura Copertina rigida (senza sovraccoperta)
Inchiostro contenuto Colore reale
Dimensioni (cm) 15.2 larghezza × 22.9 altezza

ALTRE PUBBLICAZIONI DELLA EDIZIONI WILLOWORLD

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LA DONNA DELLA TORRE

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di GM Willo

Alla vecchia torre ci andai una domenica mattina dei primi di febbraio, in uno dei giorni più freddi dell’anno, assicurandomi così la quiete del momento e la cristallina visione di quel paesaggio che, passandoci com’era mia consuetudine ogni settimana per recarmi da un cliente, mi ero ripromesso più volte di andare a visitare. La vista dalla strada statale lasciava presagire un piccolo ed idilliaco quadro medievale e devo ammettere che non ne rimasi deluso. Costruita durante il tredicesimo secolo, la torre fungeva da avamposto per i soldati nei periodi di guerra. Ristrutturata più volte, fungeva oggi da attrazione turistica, anche se era ancora parzialmente abitata.
Scesi dall’auto appressandomi al cancello di accesso al piccolo ponte di legno che raggiungeva la base della costruzione, circondata interamente da un fossato pieno d’acqua che, durante la notte, aveva incominciato a ghiacciarsi. Scattai un paio di foto ispirato dalla luce del sole invernale, con i suoi raggi orizzontali e freddi, poi rimasi per un po’ ad osservare la superficie congelata del fossato e le fronde degli alberi che, protendendosi dalla riva, scomparivano sotto l’acqua come arti mozzati. Leggi il resto di questa voce

IL DIPINTO

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di GM Willo

La prima volta che varcai la soglia della Casaccia avevo appena compiuto undici anni. I miei genitori organizzarono la festa di compleanno il sabato a ridosso del giorno ufficiale, ma era anche l’ultima settimana di scuola e molti dei miei amici se ne sarebbero partiti per il mare quello stesso weekend, perciò quel pomeriggio estivo di venticinque anni fa si presentarono soltanto tre dei sette ragazzi che avevo invitato. Quel giorno mia madre fece di tutto per accontentarmi, forse per farsi perdonare il fatto di non aver accettato, come ogni anno, la mia proposta di anticipare la festa al sabato prima, proprio per dare l’opportunità a tutti di parteciparvi. Ma lei, sempre disponibile e accondiscendente, diventava inflessibile quando ci si metteva di mezzo una superstizione. Mai e poi mai avrebbe acconsentito a celebrare il mio compleanno prima della data effettiva, perché portava male, e lo sapevano tutti. continua a leggere…

IL MIO VECCHIO AMICO CTHULHU (…e l’arte del diario a racconti)

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Anni fa non riuscivo a capire come mai molti scrittori attingessero dalle loro esperienze personali in fase di composizione. Ho sempre pensato “Ma come, hai la possibilità di mandare alla deriva la tua fantasia ed invece preferisci utilizzare la realtà come base per le tue storie..?” Oggi invece ogni racconto che scrivo nasce inevitabilmente da qualcosa che ho provato, vissuto, visto, sentito o anche semplicemente letto, questo non solo perché le esperienze vissute facilitano la descrizione delle scene e di conseguenza la composizione, ma anche perché diventano in questo modo più mie, non solo in quanto da me scritte ma anche perché in parte vissute. Così, quando mi metto a rileggere i miei racconti, è un po’ come se leggessi il mio diario. Leggi il resto di questa voce

L’ULTIMO NATALE

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Il bambino chiese al padre del Natale. Ne aveva sentito parlare a scuola da un curioso professore di storia che la sapeva lunga, e quando lui aveva alzato la mano per chiedergli che cosa fosse, il maestro aveva scrollato le spalle e liquidato la questione dicendo che era qualcosa di assolutamente inutile che usavano fare gli Antichi.
Il bambino aveva sentito molto parlare degli Antichi, quelli che avevano i computer, le televisioni, le auto super veloci, gli aeroplani e le partite di calcio, tutte cose ormai scomparse da svariati secoli. Leggi il resto di questa voce

UN BEL FACCINO

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di GM Willo

Sabina si è messa a guardare la TV come ogni sera, distesa sul divano foderato di velluto beige e i cuscini a fiori sparsi un po’ dappertutto. Ha in mano il telecomando che controlla con fare svogliato, mentre con l’altra mano descrive un movimento preciso verso la ciotola dei popcorn sul pavimento. Nell’etere si ode solo il brusio dell’apparecchio a basso volume e lo sgranocchiare lento dei fiocchi di mais, due suoni che sembrano galleggiare sopra un oceano di silenzio. La casa è immersa in un’oscurità profonda, a parte il salotto, illuminato a fatica dalle immagini random del televisore… continua a leggere…