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PRIGIONIERO

Inserito il

di GM Willo

La faccenda incominciò a non quadrare quando mi accorsi dell’interruttore difettoso. Di solito succede che le lampadine si brucino e quando vai premere il pulsante non succede niente, invece con il neon di cucina succedeva esattamente il contrario; per quanto premessi sul bottone, la luce rimaneva accesa. Fu quello l’inizio del risveglio, della presa di coscienza, una breccia di luce nell’oscurità.
Il sole entrava con violenza attraverso le veneziane, nell’aria c’era profumo di caffè e di arance spremute, in lontananza udivo il notiziario del mattino… sapevo che lei era ancora sotto le coperte ad aspettarmi, ma i cornetti in forno non erano ancora pronti. “Una rosa, ecco cosa ci vorrebbe”, mi venne da pensare, e con fare sicuro raggiunsi la terrazza perché qualcosa mi diceva che l’avrei trovata là. “Quando ha comprato questi vasi?” mi chiesi, staccando un bocciolo rosso carminio per deporlo sul vassoio, tra la spremuta d’arancio e la tazzina del caffè.
Con Marina le cose non erano sempre state così perfette, ma d’improvviso i litigi erano diventati un ricordo sbiadito, i malintesi avevano un retrogusto tollerabile e le sue fissazioni erano un mero un incentivo per migliorarmi. Gesti semplici, come vederla rigirarsi nel piumino stiracchiandosi le braccia, con quel faccino da angelo ed un sorriso da furbetta, mi mettevano in circolo una droga potente, alla quale non sapevo resistere. A volte solo l’idea di perderla mi paralizzava… Tutto questo sembrava fosse successo da un giorno all’altro, come un risveglio, un’illuminazione. Di colpo il nostro amore era fiorito, passando ad un altro livello, e tutto sembrava così fantastico, a parte quell’interruttore in cucina che non riuscivo a spegnere. Che cosa c’era che non andava? Forse un filo difettoso? Ma certo…
Il bip del forno mi avvertì che i cornetti erano finalmente cotti. Portai tutto in camera, vassoio, rosa e colazione, con lei che aveva ancora gli occhi chiusi; forse stava sognando, pensai. Mi avvicinai con la leggerezza di un ladro, come se stessi galleggiando nell’aria, e presi posto sul letto, accanto a lei. Il notiziario era terminato e adesso passavano i cartoni di Tom e Jerry. Attesi che lei si svegliasse, un tempo che poteva essere stato benissimo di un minuto, di un ora, oppure di un mese, non saprei più dirlo. Ricordo solo che non m’importava… Si, l’amore, quello che facemmo dopo il caffè, riesco ancora a rievocarlo, con stravaganti flashback in cui la sua perfetta nudità si alternava alle immagini dello show di Hanna e Barbera. Adesso che tutto è finito non è facile descriverlo come vorrei… mi preme solo che voi riusciate ad afferrare il significato della mia esperienza, perché potreste trovarvi già nella mia stessa situazione. Magari state leggendo queste righe senza avere il minimo sospetto… ma come posso farmi capire?
In bagno osservai il mio volto riflesso nello specchio e la lametta che tenevo in mano. Con gesti leggeri e precisi rimossi la schiuma dalle guance insieme al millimetro di barba cresciutami durante la notte, per poi lasciar scorrere il getto d’acqua del rubinetto sul rasoio sporco. La mia attenzione era rivolta a quell’impegno quotidiano, un rituale che eseguivo con movimenti meccanici, mentre una parte del mio cervello era ancora piacevolmente tramortita dal sesso appena fatto con Marina. Senza motivo incrociai i miei occhi nel riflesso, ma incomprensibilmente questi mi sfuggirono. Curioso, tornai a guardarmi, ma non mi vidi. Davanti a me c’era un uomo che si faceva la barba, ma non ero io.
– Marina – chiamai. – Marina, vieni qua! – ma la scena cambiò di nuovo.
Eravamo nudi, nella vasca da bagno, aggrovigliati come bisce, della musica jazz in sottofondo. Dalla finestra non proveniva alcuna luce perciò doveva essere già notte. Dov’era andato a finire quel martedì? Ma era ancora martedì?
– Domani a che ora entri a lavoro, cara? – le domandai, lavandole la schiena con la spugna impregnata di schiuma.
– Che sciocco che sei, domani è domenica… – rispose lei, ridendo divertita.
Provai a ricordare che cosa avevamo fatto prima di entrare nella vasca, ma per quanto ci provassi non riuscii a riportare alla mente alcuna immagine.
– C’è qualcosa che non va, tesorino? – mi chiese lei, accarezzandomi un ginocchio.
– No, è che faccio fatica a ricordare le cose… dev’essere la stanchezza – dissi, ma non ne ero assolutamente convinto.
– Te l’ho detto che lavori troppo – mi ammonì lei, poi pretese che le facessi lo shampoo. Mentre massaggiavo la sua graziosa testolina, le chiesi dell’interruttore in cucina, ma lei giurò di non averlo notato. Aggiunse infine che se era rotto potevo chiamare un tecnico per farlo riparare.
Marina l’ho conosciuta ad un workshop di cucina indiana, durante un soggiorno estivo. Era incredibilmente attraente e prometteva guai, ma all’inizio l’idea era solo quella di divertirsi un po’. Non so come sia riuscita a trasformare il divertimento sporadico dei primi incontri nella relazione che poi ne è seguita, so solo che improvvisamente sentivo di non poter più fare a meno di lei. Eppure c’era stato uno strappo, uno screzio, un qualcosa che adesso mi sfuggiva. Potevo averla lasciata? Questa idea incominciò a balenarmi nella mente mentre le risciacquavo i capelli dopo il balsamo.
– Lo sai, ieri sera credo di aver sognato che ci eravamo lasciati… – le dissi, e la sentii irrigidirsi per una frazione di secondo. In quel momento la scena si è interrotta, cioè il ricordo di quel particolare momento s’interrompe qui. Seguono tanti episodi di sesso e di me fermo in cucina ad azionare inutilmente l’interruttore del neon. Vi chiederete, che cosa vuole dire tutto ciò? Vabbé, adesso ve lo provo a spiegare…
Lei entrò in cucina con una magliettina bianca aderente e le mutandine azzurre che le avevo regalato, o almeno ero convinto di avergliele regalate. Sorrise e con una mano mi afferrò delicatamente il braccio che tenevo allungato verso l’interruttore, mentre con l’altra cercò sapientemente qualcosa tra le mie gambe.
– Lascia stare quella stupida luce e vieni in camera… – ordinò.
– Dove sei stata? – le chiesi invece, rimanendo dov’ero.
– Come, dove sono stata? Ero nel letto ad aspettarti…
– Appunto. Perché non sei al lavoro? Perché io non sono al lavoro? Da quanto tempo siamo chiusi in questo appartamento? Che cosa hai fatto Marina? – la incalzai, alzando minacciosamente il volume della mia voce.
Sul suo volto si adagiò un’espressione d’ansia che riuscì velocemente a nascondere con uno dei suoi sorrisetti maliziosi. Tornò a toccarmi nelle parti intime ed io stavo di nuovo per cedere, ma in quell’istante mi venne l’assurda idea di stare sognando. “Si, ma certo, era tutto un sogno. Adesso posso svegliarmi, finalmente…” pensai ingenuamente.
– Dai vieni di qua. Ho voglia di fare l’amore… – le sue parole infransero il mio intento di risveglio. Se quello era davvero un sogno, perché non riuscivo a destarmi? Di solito funziona così, no? Appena ci si accorgere di stare sognando ci svegliamo…
– Ecco, mettiti disteso così… lascia fare un po’ a me… – la sua voce era docile ed indulgente come quella di una concubina.
“Questa non è la realtà, non ha alcun senso. Il tempo è tutto sbagliato, il mio riflesso nello specchio è sbagliato, e poi c’è quel maledetto interruttore…” Pensieri astrusi vorticavano forsennatamente nella mia testa, mentre lei provava a distrarmi con le sue arti amatorie. Doveva trattarsi per forza di un sogno… ma lei ci sapeva davvero fare con la bocca, ed io non riuscivo più a capirci niente. Dov’era il trucco? Non potevo uscire dal suo appartamento. Non potevo andare a lavoro, o vedere nessuno a parte lei. Ero suo prigioniero… Ma certo, era per davvero un sogno, solo che non era il mio!
Le afferrai la testa interrompendo con dolcezza il suo gaudente operato, le sorrisi con tutta la malizia che riuscii a mettere negli occhi, poi senza esitare le tirai uno schiaffo, non violento, ma forte abbastanza da svegliarla.
Così s’infranse il sogno di Marina ed io fui di nuovo un uomo libero.

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Raccontastorie, Narraleggende, Inventore di mondi, scrittore, fotografo, padre, blogger e giocatore di ruolo http://www.willoworld.net/

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