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UNA GIORNATA NATA STORTA

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Gli ultimi giorni di febbraio sono i più lunghi. È come se si dilatassero, cercando di compensare con gli altri mesi, e guardi fuori dalla finestra chiedendoti quando finirà questo maledetto inverno, ma ti risponde soltanto una folata di vento che fa piegare senza pietà i rami rinsecchiti degli alberi. Nei sabati mattina lasciati sfilare via tra le lenzuola del letto, con un caffè troppo amaro che ti ricorda di dover cambiare la guarnizione alla caffettiera e le note di un vecchio disco blues in sottofondo, ti vien da pensare che solo un amico possa rivolverti la giornata. Allora accendi il cellulare e scorri la rubrica, lo fai più volte, soffermandoti di tanto in tanto su un nome, come fosse la playlist delle tue relazioni. Un contatto per ogni evenienza, un amica per le serate frivole, un parente per un favore, un amico per le cose importanti, come due chiacchiere e un bicchier di vino.
“Si, lui è l’ideale per una giornata così!” schiacci il pulsante verde e il grigiore di quel sabato di febbraio incomincia a diradarsi.
– Che ne dici di venire a pranzo da me? Faccio il sugo…
Il sugo viene meglio nel coccio. No, non è né un segreto della nonna né una legge fisica, è solo uno stato mentale. Sedano, carota e cipolla tritati a rosolare nell’olio di oliva, mentre l’odore dolciastro del soffritto si spande rapidamente per la cucina e il salotto. Giri distrattamente con un mestolo (rigorosamente di legno), chiudi gli occhi e dilati le narici poco sopra il ribollio, sorridendo soddisfatto. “Il soffritto è una forza… come si farebbe senza!” pensi, estraendo dal frigo la macinata di carne, quella magra.
Il vecchio giradischi in soggiorno di cui va molto fiero ti ricorda che i vinili non si girano da soli, getti la carne nel coccio, la disfai velocemente col mestolo amalgamandola alle verdure rosolate, poi corri a mettere sul piatto Who’s Next, perché adesso che viene il bello ti serve tutta l’acidità dell’intro di Baba O’Riley. Sono appena le undici e mezzo ma il sugo ha bisogno di un annaffiata di rosso, così ti decidi a stappare il Montepulciano d’Abruzzo che ti aspetta in un angolo della cucina, e con questa banale scusa non perdi l’occasione di farti un goccetto, alla memoria del buon vecchio Keith Moon.
Una volta aggiustato di sale e ricoperto con la passata di pomodoro, il ragù se la può cavare benissimo da solo, basta lasciarlo bollire almeno un’ora a fuoco lento, ed a guardarlo fare “blup-blup” nel coccio è quasi una poesia. Allora doccia veloce, qualcosa di comodo e pulito, un po’ d’ordine in salotto e la tovaglia sul tavolino davanti alla finestra, per ricordarsi che nonostante il vento impietoso del nord, noi uomini ce la sappiamo cavare quando si tratta di comodità. Quando attacca la splendida Behind Blue Eyes, l’acqua per la pasta è già sul fuoco e il sugo ha acquistato quel colorino granata acceso che ti fa venire l’acquolina in bocca. Suona il campanello… è arrivato. Riempi due calici di vino per un aperitivo all’antica, tagli due fette di pane di ieri e col mestolo di legno le ricopri di ragù bollente.
– Che te ne pare?
– Favoloso!
– Cosa buttiamo, penne o pappardelle?
– Che, me lo chiedi pure?
Cinque minuti e la pappardella al dente va a sposarsi dentro al coccio, e il gioco è fatto. Spolverata di parmigiano, e un nuovo bicchiere di rosso.
Dalle mie parti è proprio così che si risolvono le giornate nate storte.

Storia, foto e pappardella di GM Willo 🙂

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Raccontastorie, Narraleggende, Inventore di mondi, scrittore, fotografo, padre, blogger e giocatore di ruolo http://www.willoworld.net/

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