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UN UOMO TRANQUILLO

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Nella mia vita non ho mai tirato un cazzotto a nessuno. Non ho mai litigato per strada con uno sconosciuto, non ho mai fatto a botte per una ragazza, o allo stadio dopo una partita andata storta. Non ho mai dato una schiaffo a una donna, una sberla ad un ragazzino, un calcio ad un randagio. Sono un tipo quieto, io, di quelli che preferiscono tenersi in disparte quando l’atmosfera si fa calda, ed anche quando bevo più del solito rimango docile, anzi forse lo divento ancora di più. Sono un tipo così, come ce ne sono tanti ormai in questo occidente narcotizzato, e ne sono stato fiero per molto tempo. Ho sempre guardato i tipi violenti dall’alto verso il basso, io che sapevo controllare le mie emozioni, impassibile davanti ad una provocazione, o forse più semplicemente incapace di reagire per paura di prenderle. Calma, disciplina, intelligenza, cautela, tutte armi indispensabili per evitare un naso rotto o un dente spaccato. Sono così, e se chiedete in giro tutti quelli che mi conoscono potranno confermarlo, per questo non posso fare a meno di sorridere al pensiero delle loro facce quando scopriranno quello che ho fatto…
Mi piace credere che in ogni uomo vi sia un interruttore. C’è chi lo tiene in superficie, in modo che tutti possano vederlo; è un bottone rosso, con un teschio stampato sopra, e sotto vi è scritto “State attenti che se premo questo sono cazzi vostri!” Alcuni lo tengono sottopelle, pronto all’uso ma ben nascosto. Sono i tipi quieti che non bisogna fare incazzare, e devi stare attento a riconoscerli prima che sia troppo tardi. Poi ci sono quelli come me, che non sanno neanche di avere un bottone, almeno fino a quando qualcuno non va a scoprirlo, e quando lo premi non sai quello che può accadere…
Ho vissuto una vita ineccepibile. Sono stato il figliol prodigo dei miei genitori, ho conseguito una laurea in tempi brevissimi e ho intrapreso immediatamente la carriera di avvocato, con significativi risultati. Mi sono sposato prima dei trenta, ho avuto due magnifici bimbi e ho cercato di essere il miglior padre e marito possibile, ritagliando dagli assidui impegni di lavoro, ogni volta che ho potuto, un po’ di tempo da dedicare alla mia famiglia. Ho accudito mia moglie nei mesi della sua malattia, le sono stato accanto nei momenti più difficili, e niente mi ha reso più felice di vederla superare quella terribile prova. Ho assistito a tutte le gare di nuoto del mio bambino e, per due anni, ogni venerdì pomeriggio, ho lasciato l’ufficio in anticipo per accompagnare la mia bimba alle lezioni di violino. Non ho mai pensato ad altre donne, desiderato un’altra vita, avuto rimorsi di alcun genere. Sono stato felice per trentotto lunghi anni, fino al giorno in cui è entrato nella mia vita un uomo che mi ha portato via tutto.
Mi piace chiamarlo “il santone”, perché per mesi me lo sono immaginato come uno di quei finti maghi che danno i numeri da giocare al lotto. Il giorno che me lo sono ritrovato davanti, in giacca, cravatta e mocassini marroni, mi è scappato da ridere. Ma ho riso per poco, perché avevo altro a cui pensare…
Mia moglie non è mai riuscita a superare psicologicamente la malattia. L’idea che potesse tornarle il cancro la terrorizzava, così aveva incominciato a vedere alcuni terapisti, con risultati all’inizio incoraggianti, ma che a lungo termine sembravano portarla sempre più lontana da sé stessa. Infatti pareva aver acquisito una certa dipendenza nel cercare conforto da chi ci sapeva fare con le parole. Fu in questo contesto che apparve nella nostra vita il santone.
Lei ne fu entusiasta fin dal primo incontro. Le chiedevo che tipo di terapia praticava, ma lei rimaneva sul vago… diceva soltanto che le parlava e la sua paura si dissolveva, semplicemente. L’aveva contattato tramite una sua amica che da anni praticava yoga e meditazione. Già dopo un paio di sedute rivelai dei cambiamenti in positivo, perciò in principiò fui contento di questa sua nuova strada. L’estate era alle porte e mi auguravo di poter finalmente organizzare una bella vacanza tutti insieme da qualche parte all’estero, magari in Spagna. Erano due anni che rimanevamo forzatamente in città, dato che lei non se la sentiva di allontanarsi troppo dall’ospedale.
Una sera come le altre, al tavolo di cucina, con una cotoletta, un piatto di verdure e mezzo bicchiere di vino davanti, il brusio del televisore in sottofondo e i bimbi sul divano lontani abbastanza dalle nostre chiacchiere, mi arrivò addosso la valanga.
Avete già capito, no? Lei e il santone, certo… come accade anche nel più banale sceneggiato televisivo, di quelli che per anni hanno distorto il significato dell’amore, degradandolo ad un banale impulso emotivo. Il colpo di fulmine, il segno del destino, l’amore senza regole e senza perché… all we need is love…
Bene, torniamo a questo punto alla storia dell’interruttore…
Nonostante la tragica sequenza di eventi, lei che se ne va ad abitare con lui e si porta dietro i miei figli, io che non riesco più a concentrarmi sul lavoro e perdo molti dei miei clienti, l’esaurimento nervoso che mi costringe a casa per due mesi e i primi ed inevitabili problemi economici, non ero ancora consapevole dell’esistenza del mio interruttore. Stavo male, avevo molta rabbia dentro, ma rimanevo calmo come al solito, docile come un agnellino. Forse sarei rimasto per sempre così, ed è probabile che pian piano le cose si sarebbero assestate, come succede un po’ a tutti coloro la cui vita viene improvvisamente scossa da eventi del genere, se non fosse stato per l’occhio nero che lei cercò disperatamente di nascondere, un giorno in cui accompagnò i bambini a trascorrere il pomeriggio da me.
Fermò l’auto davanti a casa per farli scendere, ma io stavo uscendo perché volevo portarli in città, perciò mi avvicinai e lei se ne accorse troppo tardi, ma lo stesso indossò velocemente gli occhiali da sole per evitare di farmi vedere quel cerchio viola. Io mi bloccai sul marciapiedi, colpito da un fulmine al ciel sereno, mentre la sua auto veniva risucchiata dal traffico, e in quell’istante ci fu il click. “Tac!”, fu proprio così che lo percepii…
Improvvisamente l’aria acquisì un sapore nuovo, più freddo ed inebriante. La testa venne sgombrata da pensieri inutili, da problemi privi ormai di alcuna urgenza. Di colpo ero diventato all’erta, e sapevo esattamente cosa avrei dovuto fare.
Portai i ragazzi in città, andammo a visitare alcuni negozi, loro comprarono due cd ed io invece avevo bisogno di un martello nuovo e di un buon cacciavite a stella, e loro mi guardarono stupiti, ma io li rassicurai dicendo che ne avevo un bisogno disperato… dovevo fare dei lavori di ristrutturazione. Più tardi li riaccompagnai all’appartamento che mia moglie condivideva ormai da alcuni mesi con il santone. Dopo averli salutati, rientrai in auto ed attesi. Le ore passarono veloci, nonostante tutto. L’interruttore aveva azionato il pilota automatico, non so se mi spiego…
Lui uscii di casa dopo le dieci, come ho già detto, indossava giacca, cravatta e mocassini marroni. Non prese l’auto ma proseguì a piedi fino alla fine dell’isolato, poi svoltò in una strada secondaria che a quell’ora era praticamente deserta. Io lo seguii a fari spenti col motore al minimo.
Com’è che dice quel detto? La fortuna aiuta gli impavidi… E in quell’istante, nel momento e nel luogo migliore, lui decise di attraversare la strada, distrattamente come si fa spesso, portandosi alla bocca una sigaretta e cercando di accenderla. Il mio piede scattò sull’acceleratore con la prontezza di un pilota di formula uno. Bum!
Pregai di non averlo ucciso… non così velocemente, e un dio malvagio deve avermi ascoltato. Scesi velocemente dall’auto e aprii il bagagliaio della familiare, ampio abbastanza per adagiare il corpo privo di sensi della mia vittima. Poi tornai al volante e in assoluta tranquillità attraversai la città, fino alla periferia industriale ed oltre, deve incominciano i campi. Imboccai uno sterrato e lo seguii per almeno trecento metri, poi spensi il motore e scesi dall’auto per assicurarmi di essere abbastanza al sicuro. Le uniche luci visibili erano quelle di alcune case molto distanti davanti a me e quelle dei lampioni della strada percorsa alle mie spalle, appena distinguibili nella nebbia notturna che incominciava a formarsi.
Così accesi i fari, afferrai gli utensili appena acquistati e iniziai a lavorare…
Trascinai il corpo del santone, ancora privo di sensi, davanti ai fasci di luce. Lui si rianimò un poco… aveva un sopracciglio rotto, forse qualche costola spezzata, poca roba in confronto a quello che gli aspettava. Gli parlai della mia vita perfetta, mentre col cacciavite provai ad avvitare improbabili viti dentro i suoi orecchi. Gli dissi di quanto ero fiero dei progressi mia figlia con il violino, mentre con un curioso “blop” estraevo dall’orbita il suo occhio sinistro. Provai a farli capire che cosa significa stare accanto alla donna che si ama quando i veleni della chemioterapia la fanno piegare in due dal dolore e vomitare anche l’anima, e nel far questo il solito cacciavite si fece strada nella narice destra, più su, sempre più su, fino a toccare qualcosa di molliccio… ma lo spettacolo non poteva finire così presto.
Rimase desto, nonostante la schiuma che fuoriusciva dalle labbra sanguinolente e le urla che gettava inutilmente per i campi deserti. Era giunto il tempo di spiegargli che cosa era la famiglia, un concetto a lui completamente oscuro, e nel fare ciò afferrai il martello, poggiai le sue mani sul cofano della mia auto e iniziai dal più piccolo, “bam!”, e poi anulare, medio, indice, pollice, e ancora l’altra mano. Le urla continuarono inutilmente e si mischiarono alle mie parole, che rimasero sempre assolutamente lucide.
Crollò sul pietrisco della strada, il volto coperto di sangue. Provò a dire qualcosa, ma gli uscì solo un rantolo, però fu sufficiente perché mi accorgessi di quelle due splendide file di denti, impeccabili come tutto il resto, la giacca, la cravatta, i mocassini… col martello descrissi un colpo netto, preciso, che aprì una voragine in quella dannata dentatura.
Fu allora che m’implorò di farla finita, anche se le parole gli vennero strane con quella popò di finestra in bocca. Beh, doveva essermi rimasto ancora un filo di pietà dentro, così iniziai a tempestare la sua testa di colpi e presto non si mosse più, ma questo non mi fermò. Credo di averci messo diversi minuti, oppure una mezz’ora buona…
L’interruttore si dev’essere spento da solo, o forse si sono esaurite le batterie, non saprei. Sono rimasto dentro l’auto fino alle prime luci del giorno, immobile, con le mani lorde di sangue e la coscienza pulita. Quando i raggi del sole hanno incominciato ad illuminare lo scempio davanti al cofano, ho afferrato il cellulare per chiamare il 113.
Ero di nuovo calmo, sereno, come lo sono sempre stato. Un uomo tranquillo, niente di più.

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Raccontastorie, Narraleggende, Inventore di mondi, scrittore, fotografo, padre, blogger e giocatore di ruolo http://www.willoworld.net/

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