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ROCK CITY – Primo Episodio

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Unire la passione per la fantasy con la mitologia rock era una sfida che mi ero preposto già da diverso tempo. Riascoltandomi e rivedendomi le scene di quella chicca di Brian De Palma, Phantom of Paradise, mi è sorta l’ispirazione per una mini-saga da presentare ad episodi sul sito The Colony of Slippermen. Rock City è una città immaginaria collocata ai tempi del vinile. All’interno di questo ipotetico scenario si muovono i personaggi classici del mondo del rock, tutti rigorosamente reinventati ed enfatizzati per l’occasione. Musica, magia, droga, sesso, money e naturalmente lui, il diavolo. Una zuppa glamour da rimescolare per gioco ed assaggiare nelle serate balorde, quando la cassa della birra è a metà…

Buona lettura!

PRIMO EPISODIO

La spiaggia era l’ultima attrazione underground, una striscia di terra non completamente soggetta alle regole della città, forse a causa della marea che la rendeva accessibile solamente dopo le dieci di sera. Fino al calar del sole infatti i bagnanti si accanivano per un metro quadrato di sabbia, che dall’argine che divideva il lungomare fino al bagnasciuga non c’erano più di dieci metri, per un tratto di appena un chilometro. Il resto della costa apparteneva agli scogli o al porto di Rock City, lo scalo per carghi più importante del litorale. Ma le attività portuali non erano certo la risorsa economica principale della città. Rock City era il centro nevralgico dell’industria musicale, “the place to be”, una metropoli sconfinata che dalle montagne rocciose si estendeva fino all’oceano; case, palazzi, giardini e una rete intricata di strade sulle quali ogni giorno milioni di autovetture disegnavano quel moto perpetuo che incorniciava la macchina da soldi più redditizia di tutto il paese. Rock City rappresentava il traguardo dei giovani rockers che rincorrevano le chimere di denaro e popolarità. In realtà, dietro il sipario dorato dell’industria musicale, si nascondevano orde di affamati avvoltoi e zannuti caimani. Una volta che l’aspirante star veniva irretita dalle suadenti parole dei discografici, non c’era possibilità di salvezza. I contratti stipulati dalle due grandi major del paese imprigionavano la creatività del musicista trasformandolo in un animale da allevamento, una gallina costretta a cagare uova dal culo fino al giorno della sua morte. Alla maggior parte degli artisti poteva anche andar bene trascorrere la loro dorata esistenza dentro le ville bunker, assediati dai fan guardati a vista dalle guardie del corpo, intontiti per buona parte della giornata dalle droghe più in voga dell’ambiente. Gli sciamani facevano ottimi affari. Molti di loro lavoravano per le major e avevano il compito di tenere i “ragazzi” tranquilli.
Rock City vantava nove enormi stadi e centinaia di edifici per ospitare concerti ed eventi musicali. Ognuna di queste strutture apparteneva o alla Music Dome o alla Dream Records, le due case discografiche che detenevano il patrimonio artistico musicale del paese. Se volevi far suonare la tua band, dovevi essere pronto a firmare un patto di sangue, altrimenti ti rimanevano i marciapiedi oppure i luoghi improvvisati, come la spiaggia appunto.
Quella sera, la sera in cui incomincia la nostra storia, i fuochi danzavano allegri a pochi metri dalla risacca, ma le voci della ciurma erano leggere, un bisbiglio che si perdeva tra lo scoppiettio dei falò, perché si parlava del diavolo e dei suoi accoliti, del blues maledetto e della sfrenata voglia di suonare, ma soprattutto si parlava di loro, la sensazione, il nuovo sound, la magia, l’onda che da innocua diventa anomala; i Sacrifice. Timmy O’brain al basso, David J. Simmons alla batteria, Rupert “Algie” Crowford alle tastiere, Mick Mulder alla chitarra ed infine il leggendario Stewart “Bee” Dawnson alla voce e percussioni. I nomi erano un banale stratagemma per ingannare le piattole, ovvero gli infiltrati delle major. Di sicuro ve n’erano anche quella sera alla spiaggia, ma non tra la ciurma, perché loro erano in gamba, fratelli di strada e di pasticca, con un sogno troppo utopico per quella città; fondare un’etichetta indipendente. Il governo, pressato dalle major, aveva emanato nuove regolamentazioni che rendevano praticamente impossibile per un semplice cittadino iniziare una casa discografica. Chi ci provava senza i giusti requisiti rischiava multe salatissime e in alcuni casi anche la prigione.
Il palco era stato allestito a ridosso dell’argine, un solido muro di pietra alto una decina di metri. Un alimentatore a benzina rombava sommessamente dietro la pedana. Agli strumenti ci stavano pensando i ragazzi di Rufus, il genio dell’underground. Era lui che organizzava quegli eventi, un idealista che prima o poi avrebbe fatto una brutta fine, così dicevano di lui in molti, nonostante lo considerassero un mito. Le prime scariche elettriche si diffusero sulla spiaggia verso mezzanotte, e c’era già un bel po’ gente attorno ai fuochi, forse duecento anime in tutto. Pochi minuti più tardi vennero provati gli strumenti. Due fari spartani illuminavano il palco e le attrezzature, ma i Sacrifice non avevano bisogno di effetti speciali per scaraventare secchiate di emozioni addosso al loro pubblico.
Il brusio si attenuò. Rufus in persona salì sul palco per annunciare la band. La gente si avvicinò al palco, si accalcò con un movimento aggraziato, complici i fumi acidi delle pasticche che giravano quella sera. Cinque ragazzi spuntarono dalle ombre, come se avessero lacerato il drappo della notte arrivando direttamente da un’altra dimensione. Calze da donna strette intorno ai loro volti deformavano i loro lineamenti. Nessuno sapeva chi fossero e questo mandava letteralmente in bestia i discografici, che da tempo cercavano di assicurarseli. Anche se non volevano aver niente a che fare con loro, le major conoscevano molti modo per convincere un musicista restio a firmare un contratto. Esistevano droghe fatte a posta per questo scopo.
La folla urlò, alzò le mani al cielo, mentre i cinque si apprestavano a servire un antipasto di riff e vibrazione allo stato puro. Mick attaccò l’arpeggio che introduceva Sweet Mary, e fu l’apoteosi. Suonarono per due ore, e poi tornarono sul palco per ben tre volte. I fuochi stavano per spegnersi, la luna era ormai scomparsa sotto l’orizzonte, ma loro continuavano a suonare. Nonostante le più grandi rock band del paese si esibissero regolarmente in ogni buco di Rock City, erano anni che non si assisteva ad un concerto come quello dei Sacrifice alla spiaggia. Di questo ne erano sicuri, tutti, Rufus e suoi ragazzi, le grupies di Gwendaline la matta, che non persero l’occasione per dileguarsi insieme alla band, e naturalmente i compagni della ciurma. Rimasero solo loro sulla spiaggia, e il cielo stava per rischiararsi e la mattina avanzava, ma la cassa della birra non era ancora finita e la ciurma non riportava mai a casa le bottiglie piene.
«Cazzo ragazzi, che concerto!» Era la settima o l’ottava volta che lo ripeteva, perché Jason era andato di brutto quella sera.
«Si, però il problema è sempre quello: la spiaggia, gli scantinati, i parcheggi… è assurdo che non si possa assistere ad un concerto decente in un posto decente…» Era stato Fez a parlare, il più cazzuto dei quattro e colui che più di ogni altro desiderava che le cose cambiassero a Rock City.
«Si, però alla fine che te ne frega… Siamo qui, siamo insieme, i Sacrifice hanno suonato anche stasera, domani andiamo giù da Barlow a vedere King Sorrow, che di sicuro darà spettacolo… Ci divertiamo, tra pochi intimi ma con la gente giusta…» Nick era così, si accontentava di poco e forse faceva bene, ma Fez non riusciva a tollerare le ingiustizie della città del rock. Aveva perso diversi amici per colpa delle tecniche persuasive delle major, musicisti fantastici che una volta entrati nel giro erano stati strizzati come degli agrumi e poi abbandonati nei vicoli della metropoli in preda alle più assurde dipendenze. Nick questo lo sapeva bene, ma aveva bevuto troppo quella sera per tenere a freno la lingua. Fez lo guardò storto e si aprì l’ennesima bottiglia. Era l’ora delle streghe, non più notte ma nemmeno giorno, e a quell’ora è bene non parlare di certe cose, specialmente a Rock City, la città preferita dal diavolo.
«Se solo tornasse Melvin…»
«Che cazzo dici, Ben!» Ben era il quarto della ciurma, il più oscuro, uno sciamano un po’ troppo giovane per maneggiare funghi e polveri magiche. Eppure ci sapeva fare, lo dicevano tutti…
«Jason ha ragione… Non parlare di certe cose a quest’ora» aggiunse Nick, guardandosi intorno. La spiaggia era ormai deserta e le onde si stavano riprendendo i metri perduti durante il periodo di bassa marea.
«Però non ha tutti i torti…» concluse Fez, e poi nessuno disse più niente per almeno cinque minuti.
A Rock City la storia di Melvin, menestrello di Belfagor, era divenuta ormai leggenda. Tre anni prima il chitarrista degli Azazel’s Eyes annunciò sul palco la sua dipartita, tra le urla di disperazione dei fan e l’incazzatura generale dei discografici della Music Dome. La major prese i soliti provvedimenti; prima sguinzagliò i suoi scagnozzi, poi gli avvocati, poi le forze dell’ordine ed infine i suoi sciamani, ma Melvin Adams, chitarrista super talentato del gruppo hard rock più in voga del momento, era praticamente scomparso. Iniziarono a girare voci sul diavolo, sempre lui, perché se esistesse per davvero non potrebbe che bazzicare Rock City. Melvin non era il primo, dicevano le voci dell’underground. “Il diavolo se ne intende di musica e anche lui non sopporta i sistemi dei discografici, per questo se chiedi il suo aiuto non te lo rifiuterà.” Così diceva Rufus, uno che non si faceva problemi ad ammettere di averlo visto, il diavolo. E così la leggenda era ormai diventata verità. Il diavolo era giunto in aiuto di Melvin e lo aveva salvato dalla Music Dome, poi se lo era portato nella sua opulente tenuta sotterranea (si raccontava infatti che Lucifero abitasse sotto Rock City in uno sconfinato dungeon pieno di meraviglie) e nominato suo personale menestrello. Per quanto folle e bislacca, questa storia diventava tremendamente vera con la sostanza giusta nelle vene, e a quell’ora sulla spiaggia la ciurma ne aveva parecchia di roba in circolo.
«Che vuoi dire, Fez? Ci credi anche tu a quella storia?» chiese Nick, che ci credeva senza volerlo ammettere.
«Beh, so solo che gli Azazel’s Eyes si sono sciolti dopo il fattaccio e nessuno ha più rivisto Melvin, e una spiegazione ci deve essere. Le major non si lasciano scappare le loro galline dalle uova d’oro in questa maniera…»
«E poi c’è anche la storia di Xiano, ricordate? Il cantante dei Paladine… anche lui non si sa che fine abbia fatto… » aggiunse biascicando Jason.
«In tutta sincerità, considerando come vanno le cose a Rock City, non ci penserei due volte a mettermi dalla parte del diavolo» ammise Fez. «Se mi aiutasse a fondare una mia etichetta gli offrirei volentieri da bere…»
«Allora perché non me ne stappi una?» la voce pareva quella di una ragazzina, e quando la ciurma mise a fuoco quella figura che si avvicinava dal mare, tra le ombre malamente rischiarate dalle braci del fuoco attorno al quale sedevano, tutti pensarono che le pasticche di quelle sera erano state tagliate male. Ma l’uomo, o la cosa, non badò alle loro facce stralunate, si mosse con precisione verso i ragazzi, prese posto in mezzo a loro, afferrò una bottiglia e bevve un sorso che sembrò non finire mai. Solo quando finalmente, con un sonoro schiocco di lingua, l’uomo terminò la sua birra, i quattro riuscirono a guardarlo in faccia, e a perdersi nei suoi occhi cremisi.
«Allora signori, fate il vostro gioco…» disse. Poi rise forte, e nessuno membro della ciurma dimenticò mai quella risata.

GM Willo – Altri Episodi

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